vabbè la poesia, però…


Mi è stato inviato una parte di un articolo apparso su Repubblica in cui il musicista Cesare Picco parla del Giappone:
…”Del Giappone amo due cose per me importantissimo: il Silenzio e l’Odore. A Tokio…il silenzio ha un suono: E’ il suono di una presenza straniante, fatto di milioni di sorrisi accennati,piccoli inchini,portiere di taxi che si chiudono automaticamente. E’ il suono di una educazione millenaria in cui mi specchio e mi trovo bene. Nella centralissima piazza Shibuya Station, incrocio quotidiano per qualche milione di persone, puoi percepire il fruscio dei cappotti che si sfiorano. Eppure nessuno urla, nessuno suona il clacson. Se poi è una giornata di pioggia è perfetto, perchè puoi sentire le gocce che cadono sull’ombrello del vicino.

Definire Tokyo silenziosa è perlomeno un azzardo. Immagino che l’orecchio del musicista possa essere diverso ma Shibuya con i commessi dei negozi che pubblicizzano i prodotti (è vero non urlano, usano il megafono), con gli schermi di Hachiko square che trasmettono pubblicità a tutto volume, la musica che invade le strade uscendo da ogni negozio, tutto questo non mi sembra possa essere definito silenzioso.

Forse Picco intende un silenzio come isolamento, forse dovuto allo scarto di comprensione che si ha in un paese come il Giappone ( come mostra quel sopravalutato film “Lost in translation”).

Quando cammino per Tokio sono in un ideale status acustico che mi permette di sentire il mio battito pulsare insieme ad altri milioni, e visualizzarmi al contempo come il più solitario degli uomini.

L’Odore di Tokyo è la diretta conseguenza di una collettività gestita con rigore e trasparenza, è la conseguenza del suono del silenzio che ho appena descritto.

Puoi percepire di cosa sanno le strade, gli alberi e le persone, senza che nessun aroma abbia la prevalenza sugli altri. Se tutti portiamo nella nostra memoria gli odori della metro di Parigi o Londra, ciò che resta di quella di Tokyo è una scia indelebile, apparentemente neutra, risultato di un patchwork di milioni di anime simile al patchwork architettonico che vedi in superficie.

E’ vero che i giapponesi sono estremamente puliti, talvolta asettici, è vero che Tokyo rispetto a Seoul ha un’intensità olfattiva decisamente minore. Se dovessi esprimere la mia opinione direi che Tokyo è a volte un pò troppo asettica. Bisogna anche considerare che i mercati per le strade non esistono, la spazzatura salvo in estate non emana nessun odore, gli sfavillanti negozi di Aoyama o Ginza non lasciano nessuna traccia olfattiva. 

Puoi vivere l’urbanistica di Tokyo come un’accozzaglia di stili e interventi urbanistici messi a caso, a me piace ci sto bene è l’espressione di 30 milioni di singolarità, nessuna delle quali vuole primeggiare.

…Il Giappone è come quella persona che in tre minuti e mezzo ti ha capito e letto nel pensiero… il mio lavoro attrae perchè è costruito dando spazio al Silenzio, non solo al Suono: importantissimo per la loro cultura…

Mi sembra che in questo commento sia racchiuso l’errore che l’occidente fa nell’osservare il Giappone. Ciò che osserviamo viene di solito allineato su un asse interpretativo che ha due estremità che potremmo definire banalmente come “zen” e “futuristica”. Il Giappone è il silenzio dei templi oppure il caos acustico dei negozi di Pachinko. La penombra di alcuni interni o lo sfavillare dei neon.
Di solito le osservazioni tendono essere assolute, estreme e spesso risentono del terribile atteggiamento interpretativo dato dall’ esotismo.
Forse il Giappone, come poi ogni stato, ogni città ogni persona ha molteplici sfumature.

In Giappone non sono un prodotto italiano da esportazione…ai miei concerti non c’è mai un italiano e di tutt scrivono tranne del mio essere italiano. Perciò amo il iappone il mio Giappone.

Nel giugno scorso ero ospite della trasmissione A TASTE OF JAZZ in onda da quarant’anni, il regista mi ha guardato e con calma mi ha detto “in questo studio son passati tutti anche MIles Davis e tu sei il primo italiano ma per me… you are so japonese… come si fa a non sentirsi bene?

… Una volta sono entrato nel più grande negozio di dischi del quartiere Ginza in cui stavano diffondendo la mia musica ..la mi assistente giapponese mi ha informato che era il negozio del paese in cui vendevo di più. Bene ho detto … di lì a qualche minuto sono stato accolto da tutti i venditori in fila davanti alle casse con in mano il mio cd: aspettavano una mia stretta di mano e un autografo..io non ci sono abituato e quando sono là non ci dormo la notte, non è fuso orario, è l’adrenalina.

…Nel prossimo tour (fra poco più di un mese vacci) avrò la fortuna di far vibrare i legni di meravigliose sale da concerto,in quel gioiello di acustica che è la Hakuju Hall.

…anche in Giappone ci sono corruzione, mafia scandali ma a differenza di quest’Italia in cui non mi riconosco più, in Giappone le cose sono come le vedi, e tutto quello che deve funzionare funziona e basta. Sembra poco?…
Nel dicembre scorso un amico mi ha tradotto in diretta il discorso del Ministro giapponese dei Tasporti: si stava scusando con la popolazione perchè la rete nazionale aveva accumulato in tutto l’anno un ritardo complessivo di sette minuti. Di questo si scusava. E molto. Io voglio ministri così. Voglio il senso di responsabilità che l’Italia ha perso e che ho ritrovato in Giappone.

Come impressione generale mi sembra che Picco veda e senta quel che vuol vedere e sentire (o non sentire) che è un ottima cosa per un artista ma come osservatore forse un poco impreciso. E’ proprio questo il nodo principale da risolvere nel guardare il Giappone (oppure l’asia o qualsiasi cultura diversa dalla nostra): come  rimanere attaccati a ciò che è realmente? Come vedere ciò che è dinnazi a noi e non ciò che vogliamo vedere? Come non ridurre tutto all’interno dell’esotico? Ma forse questo oggi non ha più molta importanza perhè il mondo non è più la totalità dei fatti

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