Il servo del principe



Libeskind è un abile affabulatore. Capace come pochi di assemblare stereotipi e simboli dandogli una forma accattivante. Libeskind è anche l’autore del nuovo progetto di ground zero a NY e dello storto il grattacielo a banana, scusate dalla curvatura ispirata da Leonardo comelui la definisce, nella ex zona fiera.
All’insaputa di molti ( troppi ?) pochi giorni fa ha presentato il nuovo Museo d’arte contemporanea di MIlano che si troverà all’interno di Speculandia nella zona ex-fiera.
Oltre alle osservazioni fatte da DOMUS ci sono un paio di quesiti che affiorano:
mr. Libeskind con il suo studio internazionale a NY,Milano, e chissà dove quanto ha veramente capito il genius loci di Milano? Perchè lui e i suoi amici StarArchitechts e i politici e gli speculatori che ci sono dietro non vogliono capire che Milano non è New York, nè Dubai, nè Tokyo?  Perchè essere sempre così servili verso il potere?
Mi permetto, senza pemesso di riportare l’articolo della DOMUS:

Uno scroscio di applausi chiude l’emozionata presentazione di Daniel Libeskind in Triennale: il suo nuovo museo di arte contemporanea di Milano sarà la calamita del nuovo quartiere residenziale “motore dello sviluppo economico” che sostituirà lo storico polo fieristico della capitale morale.

Alla platea il progetto è piaciuto: tra i collezionisti era è quella di essere il prodotto di una torsione che, a partire presente anche il Conte Panza di Biumo che purtroppo la sua collezione l’ha già collocata altrove. L’arte contemporanea prende il posto del design, dato che nel frattempo è stato aperto a tempo di record in Triennale quello che il Sindaco definisce “il più innovativo museo del design del mondo”. Con un simile gioco di prestigio anche il nuovo museo di arte contemporanea nascerà senza una vera e propria collezione. Potrà contare sulla collezione Boschi e altri “giacimenti privati diffusi sul territorio”, senza un curatore (“ma ce l’avrà”, garantisce il Sindaco) e con fondi limitati (“quello dello stanziamento è, in effetti, un problema”, riconosce Davide Rampello, Presidente della Triennale e anfitrione della presentazione).

La prima immagine su cui fa leva Libeskind è l’uomo vitruviano di Leonardo: ma sembra avere il valore degli stivali da cowboy o la bandiera a stelle e strisce appuntata sul bavero che Libeskind ha già esibito nel salotto televisivo di Oprah Winfrey per giocare la carta del patriottismo, durante i giorni della corsa affannosa per vincere la commissione del nuovo World Trade Center. In cima alla torta millefoglie cui assomiglia il rendering del museo, Libeskind ha così collocato un bel giardino all’italiana con accurati labirinti di siepi di bosso; sotto, grandi campiture di marmo di Candoglia (“proprio come quello del Duomo”). Non manca neanche il riferimento alla romanità: il piano terreno sarà un’immane calidarium. Un fenomenale concentrato di stereotipi racchiude dunque la visione che ha ispirato il progetto del museo: il primo per una città che il Sindaco assicura essere anche il terzo mercato per l’arte contemporanea, dopo Londra e New York. Milano, che finora non ha mai avuto un museo d’arte contemporanea, con l’intervento di Renzo Piano nelle dismesse aree Falck di Sesto San Giovanni, improvvisamente potrebbe trovarsi ad averne due.

L’uomo vitruviano è la matrice del disegno che genera la torsione del volume dell’edificio: una montagna di pietra che sembra plasmata da un vento capriccioso, forse lo stesso che ha prodotto le torsioni delle altissime torri di Hadid e Isozaki, gli architetti che hanno messo una firma in bianco (i loro progetti pare non piacciano nemmeno a chi dovrebbe costruirli) sulla pantagruelica speculazione di CityLife. Una mise-en-scène perfetta, quella in Triennale, calzante rappresentazione di una stortura: nessuno sapeva nulla del nuovo museo, la conferenza stampa è stata indetta all’ultimo minuto e riservata a una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Dov’era la città? Dov’è quando si è tenuto il dibattito per un incarico importante, in grado di movimentare, dare vita, innescare processi di trasformazione della città? Perché – va detto con chiarezza – la città non è stata chiamata in alcuna forma a partecipare, pur sobbarcandosi il peso degli oneri di urbanizzazione; malgrado il Comune abbia concesso una volumetria più che doppia in deroga alle normative urbanistiche.

Non è più tollerabile una politica architettonica e urbanistica basata sul fatto compiuto e comunque è difficile credere che possa fare da “polo di attrazione”, per attirare migliaia di visitatori, un volume tozzo la cui unica attrattiva da una base quadrata, genera un’immane terrazza tonda; piazzato come un triste mausoleo al centro di una cittadella chiusa da un muraglione di condomini, alto quasi 100 metri, su cui svettano le torri ingobbite di Hadid e Isozaki. Vengono alla mente le parole di Herbert Muschamp, compianto critico d’architettura del New York Times, fustigatore della gratuità di certa architettura contemporanea, che a proposito dell’obelisco Libeskind ficcato su Ground Zero scrisse: “Sorprendentemente privo di gusto, emotivamente manipolatorio, prossimo alla nostalgia e al kitsch”. DOMUS

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One Response to Il servo del principe

  1. panapp says:

    Sono molto, molto, molto d’accordo. Io studio in una piccola università, Camerino, ma qua anche l’ultimo dei professori scarterebbe un progetto come quello di Libeskind. Se ci fai caso, in basso a sinistra, quella massa di “palloncini” colorati è un’opera di Jeff Koons, altra star dell’arte contemporanea di cui tutti i musei vogliono comprare un’opera, a prescindere. Il grave problema della contemporaneità, secondo me, sta nel fatto che la firma sul foglio è più importante del disegno: tempo fa lessi in un articolo di un’allegato del quotidiano La Stampa che se sulla copertina di un libro il nome dell’auore è più grande del titolo del libro stesso, allora c’è qualcosa che non va, perché vuol dire che c’è più attenzione sull’autore che non sul contenuto del libro. Direi che è una regola che possiamo applicare anche in questo caso.

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